lunedì 28 luglio 2008

Tuo padre, al mio

"Tuo padre, al mio "Che bei regali, ma sai, sono un po' a disagio poiché non ho soldi per ricambiarli” sosteneva, nel ’73, “La mia gioia sta nel fare i regali, non nel riceverli”.>>

Una confessione di madre che suona novità stantia seppur estorta, a furia di bere, di fronte a così tante persone che non può non crearti difficoltà.

Lo stomaco vacilla al suono della frase, un po’ davvero mia, pronunciata alcune volte, però sempre con fermezza distillata, perché è DAVVERO così e mai più giusta verità fu espressa.
Trentacinque anni dopo, pronuncio le stesse frasi a persone a cui tengo tantissimo, del tutto Inconsapevolmente, Istintivamente, Veramente.

Seppur dopo quattro liquori, mi ha un attimo fatto pensare. Di come i sentimenti risultino a prova di generazioni, seppur non ci sia chi li scriva in calce.
Così, noi si consuma i ventotto luglio sotto terrazze di tegoli portoghesi.

Non c’è senso a rispondere se non ti chiedono un’opinione, come non c’è senso nello scrivere se ti trovi nella condizione di scrivere per trascorrere mezz’ora ma, tutte le volte in cui ti trovi a voler scrivere mezz’ora, non hai granché da dire.

“Tuo padre era un sognatore, aveva un sacco di idee, peccato non ci sia mai stato tempo di concretizzarle, per il lavoro, per tuo nonno o qualche altro problema…”
Lo guardi, lo hai visto farsi impennare la pressione per cose inutili, lo hai visto piangere per cose immense, più delle sue spalle da Atlante. Ti ha fatto capire, come sempre a gesti, che piangere è roba da uomini veri. Ti abbandoni nel vortice di età senza punti di riferimento.

Due passi verso il pollaio, a digerire, ti affianchi all’anima che ti ha, a suo modo amorevolmente, schiaffato sulla Terra. Gli passi le braccia sulle spalle, rendendoti scioccamente conto che, nonostante i suoi trentacinque chili di ossa supplementari, da un po’ sei tu a guardarlo dall’alto in basso. Intuisci il numero esatto dei peli bianchi del suo pizzo, dopo aver trascorso svariati anni a contarli, perdendo sistematicamente il conto. E scopri che, in fondo, non morde.

Perché li conosci quei ventinove anni che vi separano.
Tra un po’, sono pure tuoi. Gratuitamente.

giovedì 24 luglio 2008

Quando socchiusi gli occhi del mio spleen (idea del 18.4.2006 testé concretizzata)

Un giorno succede che ti svegli e, intorno, un sommesso vociare ti ricorda, sussultorio, come siano passati tre anni abbondanti, dopo che ne erano già passati cinque, e prim’ancora tre, e altri cinque, e altri tre. Dev’esserci un banale algoritmo, me ne accorgo solo adesso.

Un giorno succede che ritrovi per caso quella foto, che a vederla 19 anni dopo, provi solo tenerezza verso il bimbetto col ciuffo spettinato che non c’è più, con lo zaino spropositato. In cui sarebbe entrato, senza difficoltà, intero, in piedi. Quel fiocco al collo del grembiule, così azzurro, confezionato con entusiasmo da una di quelle mamme factotum, d’altri tempi, per sentirsi poi immediatamente obiettare Spiacenti Per Quel Bel Fiocco, Ma In Questa Scuola Noi La Si Porta Le Anonime Casacche, primo conato di globalizzazione, ma di quella subdola e fascista. La prima delle volte in cui ho percepito al tatto di essere stato forgiato per stare dall’altra parte, in tutto. Quella in cui sei solo a lanciare un fiorellino di maggio contro un migliaio di poliziotti in tenuta antisommossa.

Nella foto, dicevo, il gattino Fiocco, cucciolo come – non me ne voglia – il protagonista stesso della foto, ti scruta perplesso quando, sino al giorno prima, era un tutt’uno di giochi alla scoperta del mondo, interrotti d’un tratto da un qualsiasi Primo Giorno Di Scuola.

Insomma, quel giorno succede che esci di casa, frastornato, grattandoti la nuca, come dall’aver fatto un po’ troppo il Giovinotto la sera prima. Esci di casa per andare incontro ad un presentimento verso il quale guidavi a strappi da mesi, senza scorgerne le frontiere, cambio che gratta perennemente tra la seconda e la terza.

Insomma, incroci un volto che non ricorda niente, e ti chiama Dottore. No, avrà sbagliato, non sono io quello, sgomento, come fossi stato accusato col peggior appellativo.

No, no, è proprio lei, Dottore!

Ah, sì? Mi era parso mai dovesse giungere l’acclamato spartiacque, vagamente odorante alloro.
Ed è già il caso di continuare, con più dignità, i supplementari del gioco degli imperituri rinvii.

Chissà quali porte mi si apriranno, quante mani sudate stringerò, quante donne sverranno al fascino dell’androide intellettualoide, al mio baffo assassino, al mio eterno beneficio del dubbio.

Le stesse di ieri e di domani.
Non cambia un cazzo.