giovedì 24 luglio 2008

Quando socchiusi gli occhi del mio spleen (idea del 18.4.2006 testé concretizzata)

Un giorno succede che ti svegli e, intorno, un sommesso vociare ti ricorda, sussultorio, come siano passati tre anni abbondanti, dopo che ne erano già passati cinque, e prim’ancora tre, e altri cinque, e altri tre. Dev’esserci un banale algoritmo, me ne accorgo solo adesso.

Un giorno succede che ritrovi per caso quella foto, che a vederla 19 anni dopo, provi solo tenerezza verso il bimbetto col ciuffo spettinato che non c’è più, con lo zaino spropositato. In cui sarebbe entrato, senza difficoltà, intero, in piedi. Quel fiocco al collo del grembiule, così azzurro, confezionato con entusiasmo da una di quelle mamme factotum, d’altri tempi, per sentirsi poi immediatamente obiettare Spiacenti Per Quel Bel Fiocco, Ma In Questa Scuola Noi La Si Porta Le Anonime Casacche, primo conato di globalizzazione, ma di quella subdola e fascista. La prima delle volte in cui ho percepito al tatto di essere stato forgiato per stare dall’altra parte, in tutto. Quella in cui sei solo a lanciare un fiorellino di maggio contro un migliaio di poliziotti in tenuta antisommossa.

Nella foto, dicevo, il gattino Fiocco, cucciolo come – non me ne voglia – il protagonista stesso della foto, ti scruta perplesso quando, sino al giorno prima, era un tutt’uno di giochi alla scoperta del mondo, interrotti d’un tratto da un qualsiasi Primo Giorno Di Scuola.

Insomma, quel giorno succede che esci di casa, frastornato, grattandoti la nuca, come dall’aver fatto un po’ troppo il Giovinotto la sera prima. Esci di casa per andare incontro ad un presentimento verso il quale guidavi a strappi da mesi, senza scorgerne le frontiere, cambio che gratta perennemente tra la seconda e la terza.

Insomma, incroci un volto che non ricorda niente, e ti chiama Dottore. No, avrà sbagliato, non sono io quello, sgomento, come fossi stato accusato col peggior appellativo.

No, no, è proprio lei, Dottore!

Ah, sì? Mi era parso mai dovesse giungere l’acclamato spartiacque, vagamente odorante alloro.
Ed è già il caso di continuare, con più dignità, i supplementari del gioco degli imperituri rinvii.

Chissà quali porte mi si apriranno, quante mani sudate stringerò, quante donne sverranno al fascino dell’androide intellettualoide, al mio baffo assassino, al mio eterno beneficio del dubbio.

Le stesse di ieri e di domani.
Non cambia un cazzo.

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