lunedì 18 agosto 2008

Appendice

La linea B mi caga a Termini non appena decido di scendere lì.
Per tutte e sei le fermate del tragitto improvvisato ho tenuto gli occhi sulla caviglia di una tipa di cui ricordo quasi nient’altro che il tatuaggio, un fiore.


Invano, cerco di intuire, prima di farmi bollare come feticista della caviglia, che fiore sia.
Non è facile, a qualche metro di distanza. Non è facile, se il tutto è lasciato all’approssimazione di un tatuatore magari poco dotato in botanica. Là per là, ipotizzo un’orchidea.
Per la sinuosa corolla. O un giaggiolo. Per l’infiorescenza composta. Avanzo quest’ipotesi verso il Flaminio.


Si fosse messa i calzoni lunghi anziché ‘sti pinocchietti non avrei scritto questo, ora. Certo non mi aiuta il fatto che se ne stia seduta. Con le gambe accavallate, per giunta. Figurarsi quando montano ‘sti due tipi con due bambini palesemente non loro figli. Di questi bambini mandati in colonia da un paese estero.
Si mettono a parlare di cosa cazzo cucinare per cena, fino a Barberini. Frapposti tra i miei occhi e il fiore.


Il tipo cantilena e mette in riga le parole scandendo singole sillaba con cura esasperata. Appiccica accenti sproporzionati.
“Sa – i che? Mettia – mo ‘na fetti – na de vite – llo sui fe – rri, cucinia – mo que – lla. Po – i fa – mo n’insala – ta mi – sta, co – n po’ – de pomodo – ri. Mejo de – così!”
L’altro è meno prodigo in accenti. Ma ha la stessa cantilena. Che suona tra l’oboe ed il clarino.
“No, ma tu non sai 'sti regazzi. Questi se je fai ‘a carne manco aaa’ssaggiano. Famo così: nel frigo ce stanno i formaggi, serviamo quelli. Poi scenno ‘n minuto al discount all’angolo che stà aperto fineeee'nove, prendo due pomodori e famo ‘st’insalata mista. Me sembra aaaa cosa migliore.”


Continuo le congetture rielaborando i dati in mio possesso. Ogni tanto mi si concede, grazie a qualche scossone in frenata ovvero ripartenza, la visione del fiore. Ma a quarantacinque gradi. Difficile ricavare indizi.
Il tempo a sua disposizione sta per scadere.


Arriva la mia fermata. Se la tipa scende le chiedo del fiore. Fottuta curiosità. Scende. Mi sento stupidamente stupido. Cioè. Sto per formulare una domanda ingenua che verrà recepita come il più banale dei pretesti per attaccare bottone. Perché mi accorgo, ora, che la tipa è abbastanza attraente. Secondo canoni di convenzioni interplanetarie, intendo. E sicuramente in molti hanno attaccato bottone, con un pretesto simile, nelle ultime ventiquattr’ore. Poi io c’ho uno zaino enorme da viaggiatore in spalla. Sono sudato come una fetta di mortadella. E non faccio una doccia da poche ore, ma è fine luglio.
Mi lecco continuamente le labbra perché sono secche. Una sete boia. Il massimo delle doti richieste ad un aspirante feticista.


Usciamo nella calca. Faccio per avvicinarmi. Cerco il coraggio di porre una domanda idiota. Poi, lassù qualcuno mi pensa. Con l'ultimo sguardo indagatore mi accorgo che non è un fiore. È una sorta di drago, raggomitolato pare. E pure banalotto. Giro verso le scale mobili. Quelle che sembra ti traghettino all’Empireo. Non come quelle della fermata di Spagna, ma quasi.
Lei sparisce nella folla di sinistra. A farsi abbordare con qualche pretesto. Io vado a destra. Tornando all’ordinario.


Infilando un passo innanzi l’altro, esco dall’entrata grossa, in grande stile. Di fronte alla quale, sino a qualche mese fa, campeggiavano i manifesti quadricromati dell’oggi capo della fiacca opposizione.
Gli sbirri perquisiscono quattro africani abbarbicati alla loro Moretti da sessantasei. Abbarbicati alla loro Moretti da sessantasei come un naufrago disorientato ad un tronco fradicio.


Io sono qui. Che devo attenderla. Non guardo l’orologio. Tanto sarebbe in ritardo comunque.
Non ho un orologio, ora che ci penso.
Un tassista abusivo mi chiede se ho bisogno. Dipende. Ma certo non ha di che aiutarmi.


Rientro dall’ingresso principale, in sordina. Prendo la porta della libreria. Ad ingannare quell’ingenuo del tempo.
Apro Da un castello all’altro di Céline. Mi perdo nella pralinatura di puntini di sospensione.
Righe che ti mettono a tuo agio. Perché se ad ogni breve periodo corrisponde una pausa non puoi sentirti soffocato né aggredito dalle parole. Hai né troppo né troppo poco tempo per soffermarti sul periodo. La giusta pausa.


Cazzo mi frega se era antisemita. Idee cretine, ma certo non è mai stato praticante. Pare questo un motivo sufficiente a cancellarlo dalle librerie? Privarci delle sue amare ironiche puntuali considerazioni? Cazzo si dovrebbe fare, allora, ad ogni periodica pubblicazione celebrativa a fascicoli del Benito di Forlì?


Esco. Da tutto. Scalcio sassi che esistono soprattutto nella testa. Ma Roma è sempre stata un duro banco di prova per le mie Air Force bianche.
Eccoti, porca. Torni sempre tra le mie braccia quando ti va.
Porca d’un’ispirazione.

venerdì 15 agosto 2008

Chicken and beer (secondi fini)

[Scritto il 21.7.2008, la sera, in un fast food di Termini]

Uno.

Avrei potuto accertarmi se al chioschetto, prima di varcare il freddo colonnato del Bernini, pure lì, vendessero dvd porno.
Così, per capire se di tanto in tanto, anche i preti cercano qualche passatempo informale.
Il souvenir che sembra andare più in voga (non “a ruba”, semplicemente più in voga), è una cianfrusaglia a forma di due mani aperte come ad abbracciare simbolicamente l’intera Città del Vaticano. A porre al centro delle mani di Dio ottocento metri quadrati di Paradiso promesso.

Fuori da un negozio di suppellettili religiose noto, stranamente elettrizzati, una ragazza ed un ragazzo dark; hanno evidentemente adocchiato qualche reliquia da dissacrare. Difficile, altrimenti, vedere una coppia di dark sorridenti. Dunque, è una cosa buona. Non so se qualche tonaca troverebbe da ridire. Ma tant’è.

Al passaggio pedonale vengo quasi investito, col mio incedere soprappensiero di campagnolo, da una suora in monovolume tedesco, con occhiali da sole poco carmelitani. Nei sedili posteriori, due ragazze agghindate per una serata al Twiga piuttosto che per un soggiorno lateranense, volgono lo sguardo alla fuga programmata da qualche umida cella sotterranea.
La suora quasi si compiace di pigiare sull’acceleratore. Piega pure un angolo delle labbra.

[…]

Dopo.

Due ragazze, ben poco attraenti, dai lineamenti traditori levantini, organizzano a tavolino, trenta gradi nord, la loro vacanza mitteleuropea, singolarmente fuggendo dall’evento mediatico dell’anno.
Con cellulari ipertecnologici ed una cartina di merda.

Una tipa africana, molto fiera, con treccine spruzzate di rosso, poggia la mano destra sulla fronte. Ma è come se ci posasse un macigno. I suoi occhi, dolci e sferzanti, sbattono per un secondo contro i miei. Inarca le sopracciglia, felina. Controlla il telefono. Davanti, un soft – drink facilmente scelto a caso, e l’immagine di un qualcuno o qualcosa, dalla quale fugge tuttora. E ne è attratta. Chi gliel’ ha fatto fare. A destra, una busta della spesa zeppa di chissà che vita.
Una giovane islamica, dal volto paffuto e sorridente, con burqa non integrale, golfino, jeans e banali sneakers dimostra che la crasi tra Medio Oriente ed Occidente, quello integrale, da qualche parte, sonnecchia.
La tipa africana ancora tiene il muso. Con molta fierezza, ma ancora tiene il muso. Si passa il dorso delle mani sul mento, con fare preso da una qualche diva americana d’altri tempi, tra l’indispettito e l’assolutamente studiato. Assurdo. Passa il dorso delle mani sul mento come uno che controlla la ricrescita della barba.

Un pischello mi conferma il suo sguardo poco sveglio rovesciando per terra l’intero contenuto del proprio vassoio, riassumibile in: quattro coche tre patate due panini molto accattivanti. L’intera platea, all’unisono, poggia gli sguardi su di lui. È un attimo gratuito di varietà, al quale si assiste volentieri a prescindere dal proprio secondo fine. Tutti tranne uno, che desidererebbe solo impiccare i propri dodici anni grossolani. Li conosco, quei dodici anni.

Cazzo ci sto a fare qui, ora? Ma è solo un attimo. Sono lontano da un bel po’ di tutto.

Il ragazzo delle pulizie, ogni tanto, passa qua davanti.
Prima ha fatto una quasi rissa con un colombiano che si atteggiava un sacco perché aveva la tipa tirata a lucido. Il ragazzo delle pulizie gli aveva chiesto, con gentilezza, di non pestare con quelle cazzo di scarpe di vernice il pavimento appena cenciato dai cadaveri rovesciati dal pischello. Ma nello sguardo gli leggevi un “Porta il tuo culo da mangiafagioli a dieci miglia da qui”. In quello del mangiafagioli c’era stampato un bel “Con chi cazzo ti credi di parlare, torna da mamma Africa”. Perché il ragazzo delle pulizie era negro. Poi è arrivato un altro negro, quello della security, uno con cui conviene fare parecchia amicizia, innanzi tutto. Non ha dovuto fare granché. Il colombiano si è rimangiato il “neg…” che stava appena appena appeso alle sue labbra. Ha portato le sue cazzo di scarpe di vernice e la sua camicia da Manny Ribera a molte miglia da lì, strattonando per un braccio la sua tipa, tirata a lucido e con l’espressione di chi non c’ha capito un cazzo ma patteggia per il suo tipo.

Il ragazzo delle pulizie si è dovuto dare una calmata. Ogni volta che passa qua davanti, getta un quasi occhio al mio foglio abbozzando un quasi sorriso. Di più non può fare. Deontologia professionale. Chissà chi pensa di avere davanti.
Una bestia rara, senz'altro.
Se leggi uno sguardo, spesso trovi un fine diverso dall’espressione.

Le ultime due crocchette di pollo di cui mi sto fiaccamente cibando sono dannatamente fredde.
Alle pareti, plastificate, in font enormi, parole positive nella logica del marketing, ghiaccio senso di famiglia per forza. Parole come “happy”, “easy”, “smile”, “laught”, “ simple”, “enjoy”, “play”, “amazing”.

Ognuno vive come può.

lunedì 28 luglio 2008

Tuo padre, al mio

"Tuo padre, al mio "Che bei regali, ma sai, sono un po' a disagio poiché non ho soldi per ricambiarli” sosteneva, nel ’73, “La mia gioia sta nel fare i regali, non nel riceverli”.>>

Una confessione di madre che suona novità stantia seppur estorta, a furia di bere, di fronte a così tante persone che non può non crearti difficoltà.

Lo stomaco vacilla al suono della frase, un po’ davvero mia, pronunciata alcune volte, però sempre con fermezza distillata, perché è DAVVERO così e mai più giusta verità fu espressa.
Trentacinque anni dopo, pronuncio le stesse frasi a persone a cui tengo tantissimo, del tutto Inconsapevolmente, Istintivamente, Veramente.

Seppur dopo quattro liquori, mi ha un attimo fatto pensare. Di come i sentimenti risultino a prova di generazioni, seppur non ci sia chi li scriva in calce.
Così, noi si consuma i ventotto luglio sotto terrazze di tegoli portoghesi.

Non c’è senso a rispondere se non ti chiedono un’opinione, come non c’è senso nello scrivere se ti trovi nella condizione di scrivere per trascorrere mezz’ora ma, tutte le volte in cui ti trovi a voler scrivere mezz’ora, non hai granché da dire.

“Tuo padre era un sognatore, aveva un sacco di idee, peccato non ci sia mai stato tempo di concretizzarle, per il lavoro, per tuo nonno o qualche altro problema…”
Lo guardi, lo hai visto farsi impennare la pressione per cose inutili, lo hai visto piangere per cose immense, più delle sue spalle da Atlante. Ti ha fatto capire, come sempre a gesti, che piangere è roba da uomini veri. Ti abbandoni nel vortice di età senza punti di riferimento.

Due passi verso il pollaio, a digerire, ti affianchi all’anima che ti ha, a suo modo amorevolmente, schiaffato sulla Terra. Gli passi le braccia sulle spalle, rendendoti scioccamente conto che, nonostante i suoi trentacinque chili di ossa supplementari, da un po’ sei tu a guardarlo dall’alto in basso. Intuisci il numero esatto dei peli bianchi del suo pizzo, dopo aver trascorso svariati anni a contarli, perdendo sistematicamente il conto. E scopri che, in fondo, non morde.

Perché li conosci quei ventinove anni che vi separano.
Tra un po’, sono pure tuoi. Gratuitamente.

giovedì 24 luglio 2008

Quando socchiusi gli occhi del mio spleen (idea del 18.4.2006 testé concretizzata)

Un giorno succede che ti svegli e, intorno, un sommesso vociare ti ricorda, sussultorio, come siano passati tre anni abbondanti, dopo che ne erano già passati cinque, e prim’ancora tre, e altri cinque, e altri tre. Dev’esserci un banale algoritmo, me ne accorgo solo adesso.

Un giorno succede che ritrovi per caso quella foto, che a vederla 19 anni dopo, provi solo tenerezza verso il bimbetto col ciuffo spettinato che non c’è più, con lo zaino spropositato. In cui sarebbe entrato, senza difficoltà, intero, in piedi. Quel fiocco al collo del grembiule, così azzurro, confezionato con entusiasmo da una di quelle mamme factotum, d’altri tempi, per sentirsi poi immediatamente obiettare Spiacenti Per Quel Bel Fiocco, Ma In Questa Scuola Noi La Si Porta Le Anonime Casacche, primo conato di globalizzazione, ma di quella subdola e fascista. La prima delle volte in cui ho percepito al tatto di essere stato forgiato per stare dall’altra parte, in tutto. Quella in cui sei solo a lanciare un fiorellino di maggio contro un migliaio di poliziotti in tenuta antisommossa.

Nella foto, dicevo, il gattino Fiocco, cucciolo come – non me ne voglia – il protagonista stesso della foto, ti scruta perplesso quando, sino al giorno prima, era un tutt’uno di giochi alla scoperta del mondo, interrotti d’un tratto da un qualsiasi Primo Giorno Di Scuola.

Insomma, quel giorno succede che esci di casa, frastornato, grattandoti la nuca, come dall’aver fatto un po’ troppo il Giovinotto la sera prima. Esci di casa per andare incontro ad un presentimento verso il quale guidavi a strappi da mesi, senza scorgerne le frontiere, cambio che gratta perennemente tra la seconda e la terza.

Insomma, incroci un volto che non ricorda niente, e ti chiama Dottore. No, avrà sbagliato, non sono io quello, sgomento, come fossi stato accusato col peggior appellativo.

No, no, è proprio lei, Dottore!

Ah, sì? Mi era parso mai dovesse giungere l’acclamato spartiacque, vagamente odorante alloro.
Ed è già il caso di continuare, con più dignità, i supplementari del gioco degli imperituri rinvii.

Chissà quali porte mi si apriranno, quante mani sudate stringerò, quante donne sverranno al fascino dell’androide intellettualoide, al mio baffo assassino, al mio eterno beneficio del dubbio.

Le stesse di ieri e di domani.
Non cambia un cazzo.