La linea B mi caga a Termini non appena decido di scendere lì.
Per tutte e sei le fermate del tragitto improvvisato ho tenuto gli occhi sulla caviglia di una tipa di cui ricordo quasi nient’altro che il tatuaggio, un fiore.
Invano, cerco di intuire, prima di farmi bollare come feticista della caviglia, che fiore sia.
Non è facile, a qualche metro di distanza. Non è facile, se il tutto è lasciato all’approssimazione di un tatuatore magari poco dotato in botanica. Là per là, ipotizzo un’orchidea.
Per la sinuosa corolla. O un giaggiolo. Per l’infiorescenza composta. Avanzo quest’ipotesi verso il Flaminio.
Si fosse messa i calzoni lunghi anziché ‘sti pinocchietti non avrei scritto questo, ora. Certo non mi aiuta il fatto che se ne stia seduta. Con le gambe accavallate, per giunta. Figurarsi quando montano ‘sti due tipi con due bambini palesemente non loro figli. Di questi bambini mandati in colonia da un paese estero.
Si mettono a parlare di cosa cazzo cucinare per cena, fino a Barberini. Frapposti tra i miei occhi e il fiore.
Il tipo cantilena e mette in riga le parole scandendo singole sillaba con cura esasperata. Appiccica accenti sproporzionati.
“Sa – i che? Mettia – mo ‘na fetti – na de vite – llo sui fe – rri, cucinia – mo que – lla. Po – i fa – mo n’insala – ta mi – sta, co – n po’ – de pomodo – ri. Mejo de – così!”
L’altro è meno prodigo in accenti. Ma ha la stessa cantilena. Che suona tra l’oboe ed il clarino.
“No, ma tu non sai 'sti regazzi. Questi se je fai ‘a carne manco aaa’ssaggiano. Famo così: nel frigo ce stanno i formaggi, serviamo quelli. Poi scenno ‘n minuto al discount all’angolo che stà aperto fineeee'nove, prendo due pomodori e famo ‘st’insalata mista. Me sembra aaaa cosa migliore.”
Continuo le congetture rielaborando i dati in mio possesso. Ogni tanto mi si concede, grazie a qualche scossone in frenata ovvero ripartenza, la visione del fiore. Ma a quarantacinque gradi. Difficile ricavare indizi.
Il tempo a sua disposizione sta per scadere.
Arriva la mia fermata. Se la tipa scende le chiedo del fiore. Fottuta curiosità. Scende. Mi sento stupidamente stupido. Cioè. Sto per formulare una domanda ingenua che verrà recepita come il più banale dei pretesti per attaccare bottone. Perché mi accorgo, ora, che la tipa è abbastanza attraente. Secondo canoni di convenzioni interplanetarie, intendo. E sicuramente in molti hanno attaccato bottone, con un pretesto simile, nelle ultime ventiquattr’ore. Poi io c’ho uno zaino enorme da viaggiatore in spalla. Sono sudato come una fetta di mortadella. E non faccio una doccia da poche ore, ma è fine luglio.
Mi lecco continuamente le labbra perché sono secche. Una sete boia. Il massimo delle doti richieste ad un aspirante feticista.
Usciamo nella calca. Faccio per avvicinarmi. Cerco il coraggio di porre una domanda idiota. Poi, lassù qualcuno mi pensa. Con l'ultimo sguardo indagatore mi accorgo che non è un fiore. È una sorta di drago, raggomitolato pare. E pure banalotto. Giro verso le scale mobili. Quelle che sembra ti traghettino all’Empireo. Non come quelle della fermata di Spagna, ma quasi.
Lei sparisce nella folla di sinistra. A farsi abbordare con qualche pretesto. Io vado a destra. Tornando all’ordinario.
Infilando un passo innanzi l’altro, esco dall’entrata grossa, in grande stile. Di fronte alla quale, sino a qualche mese fa, campeggiavano i manifesti quadricromati dell’oggi capo della fiacca opposizione.
Gli sbirri perquisiscono quattro africani abbarbicati alla loro Moretti da sessantasei. Abbarbicati alla loro Moretti da sessantasei come un naufrago disorientato ad un tronco fradicio.
Io sono qui. Che devo attenderla. Non guardo l’orologio. Tanto sarebbe in ritardo comunque.
Non ho un orologio, ora che ci penso.
Un tassista abusivo mi chiede se ho bisogno. Dipende. Ma certo non ha di che aiutarmi.
Rientro dall’ingresso principale, in sordina. Prendo la porta della libreria. Ad ingannare quell’ingenuo del tempo.
Apro Da un castello all’altro di Céline. Mi perdo nella pralinatura di puntini di sospensione.
Righe che ti mettono a tuo agio. Perché se ad ogni breve periodo corrisponde una pausa non puoi sentirti soffocato né aggredito dalle parole. Hai né troppo né troppo poco tempo per soffermarti sul periodo. La giusta pausa.
Cazzo mi frega se era antisemita. Idee cretine, ma certo non è mai stato praticante. Pare questo un motivo sufficiente a cancellarlo dalle librerie? Privarci delle sue amare ironiche puntuali considerazioni? Cazzo si dovrebbe fare, allora, ad ogni periodica pubblicazione celebrativa a fascicoli del Benito di Forlì?
Esco. Da tutto. Scalcio sassi che esistono soprattutto nella testa. Ma Roma è sempre stata un duro banco di prova per le mie Air Force bianche.
Eccoti, porca. Torni sempre tra le mie braccia quando ti va.
Porca d’un’ispirazione.
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