venerdì 15 agosto 2008

Chicken and beer (secondi fini)

[Scritto il 21.7.2008, la sera, in un fast food di Termini]

Uno.

Avrei potuto accertarmi se al chioschetto, prima di varcare il freddo colonnato del Bernini, pure lì, vendessero dvd porno.
Così, per capire se di tanto in tanto, anche i preti cercano qualche passatempo informale.
Il souvenir che sembra andare più in voga (non “a ruba”, semplicemente più in voga), è una cianfrusaglia a forma di due mani aperte come ad abbracciare simbolicamente l’intera Città del Vaticano. A porre al centro delle mani di Dio ottocento metri quadrati di Paradiso promesso.

Fuori da un negozio di suppellettili religiose noto, stranamente elettrizzati, una ragazza ed un ragazzo dark; hanno evidentemente adocchiato qualche reliquia da dissacrare. Difficile, altrimenti, vedere una coppia di dark sorridenti. Dunque, è una cosa buona. Non so se qualche tonaca troverebbe da ridire. Ma tant’è.

Al passaggio pedonale vengo quasi investito, col mio incedere soprappensiero di campagnolo, da una suora in monovolume tedesco, con occhiali da sole poco carmelitani. Nei sedili posteriori, due ragazze agghindate per una serata al Twiga piuttosto che per un soggiorno lateranense, volgono lo sguardo alla fuga programmata da qualche umida cella sotterranea.
La suora quasi si compiace di pigiare sull’acceleratore. Piega pure un angolo delle labbra.

[…]

Dopo.

Due ragazze, ben poco attraenti, dai lineamenti traditori levantini, organizzano a tavolino, trenta gradi nord, la loro vacanza mitteleuropea, singolarmente fuggendo dall’evento mediatico dell’anno.
Con cellulari ipertecnologici ed una cartina di merda.

Una tipa africana, molto fiera, con treccine spruzzate di rosso, poggia la mano destra sulla fronte. Ma è come se ci posasse un macigno. I suoi occhi, dolci e sferzanti, sbattono per un secondo contro i miei. Inarca le sopracciglia, felina. Controlla il telefono. Davanti, un soft – drink facilmente scelto a caso, e l’immagine di un qualcuno o qualcosa, dalla quale fugge tuttora. E ne è attratta. Chi gliel’ ha fatto fare. A destra, una busta della spesa zeppa di chissà che vita.
Una giovane islamica, dal volto paffuto e sorridente, con burqa non integrale, golfino, jeans e banali sneakers dimostra che la crasi tra Medio Oriente ed Occidente, quello integrale, da qualche parte, sonnecchia.
La tipa africana ancora tiene il muso. Con molta fierezza, ma ancora tiene il muso. Si passa il dorso delle mani sul mento, con fare preso da una qualche diva americana d’altri tempi, tra l’indispettito e l’assolutamente studiato. Assurdo. Passa il dorso delle mani sul mento come uno che controlla la ricrescita della barba.

Un pischello mi conferma il suo sguardo poco sveglio rovesciando per terra l’intero contenuto del proprio vassoio, riassumibile in: quattro coche tre patate due panini molto accattivanti. L’intera platea, all’unisono, poggia gli sguardi su di lui. È un attimo gratuito di varietà, al quale si assiste volentieri a prescindere dal proprio secondo fine. Tutti tranne uno, che desidererebbe solo impiccare i propri dodici anni grossolani. Li conosco, quei dodici anni.

Cazzo ci sto a fare qui, ora? Ma è solo un attimo. Sono lontano da un bel po’ di tutto.

Il ragazzo delle pulizie, ogni tanto, passa qua davanti.
Prima ha fatto una quasi rissa con un colombiano che si atteggiava un sacco perché aveva la tipa tirata a lucido. Il ragazzo delle pulizie gli aveva chiesto, con gentilezza, di non pestare con quelle cazzo di scarpe di vernice il pavimento appena cenciato dai cadaveri rovesciati dal pischello. Ma nello sguardo gli leggevi un “Porta il tuo culo da mangiafagioli a dieci miglia da qui”. In quello del mangiafagioli c’era stampato un bel “Con chi cazzo ti credi di parlare, torna da mamma Africa”. Perché il ragazzo delle pulizie era negro. Poi è arrivato un altro negro, quello della security, uno con cui conviene fare parecchia amicizia, innanzi tutto. Non ha dovuto fare granché. Il colombiano si è rimangiato il “neg…” che stava appena appena appeso alle sue labbra. Ha portato le sue cazzo di scarpe di vernice e la sua camicia da Manny Ribera a molte miglia da lì, strattonando per un braccio la sua tipa, tirata a lucido e con l’espressione di chi non c’ha capito un cazzo ma patteggia per il suo tipo.

Il ragazzo delle pulizie si è dovuto dare una calmata. Ogni volta che passa qua davanti, getta un quasi occhio al mio foglio abbozzando un quasi sorriso. Di più non può fare. Deontologia professionale. Chissà chi pensa di avere davanti.
Una bestia rara, senz'altro.
Se leggi uno sguardo, spesso trovi un fine diverso dall’espressione.

Le ultime due crocchette di pollo di cui mi sto fiaccamente cibando sono dannatamente fredde.
Alle pareti, plastificate, in font enormi, parole positive nella logica del marketing, ghiaccio senso di famiglia per forza. Parole come “happy”, “easy”, “smile”, “laught”, “ simple”, “enjoy”, “play”, “amazing”.

Ognuno vive come può.

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