Mentre chiudo il portafogli maledico la soddisfazione dipinta sul volto del bigliettaio. Nemmeno posso dire malcelata. La calca proprio.
Questo treno dell’ultimo istante porta un po’ di soldi in tasca alle ferrovie e mi obbliga all’ennesimo tragitto accovacciato sugli scalini grigi del corridoio. “Prova a cercare posto”. Mi fa. “Poi se qualcuno lo reclama ne trovi un altro”. Aggiunge. E così via, sarebbe.
Non mi fa voglia. Ormai sono tra gli appestati e ci resto. E’ molto più vita unplugged.
Una donna dall’età indefinibile che, osservando la situazione dal fuori, non troverei altro che patetica, innesca una sceneggiata tipica della sua terra. Io che odio i luoghi comuni mi trovo a doverne prendere atto. Alla stazione, dice, l’ hanno convinta che fare il biglietto direttamente sul treno non comporti alcuna sovrattassa. Dicevano così. E mo’ non ha intenzione di pagare sovrattasse alcùne, con una u lunga almeno tre sillabe per calcare meglio l'intenzione.
Ha una sua logica schiacciante che, osservando la situazione dal fuori, considererei così ferrea da meritare considerazione. Ma non sono pronto a condividerla, dato che pure io ho pagato. Senza battere ciglio. Perché non ci tengo ad imporre ragioni quando non sussistono.
La donna dall’età indefinibile è la palese caratterista di un film neorealista.
In un’epoca di sinapsi celeri, organizzazioni impeccabili e pettinature ordinate pure in un pomeriggio di luglio, lei se ne fotte dell’umanità animalesca che emana.
Ha innalzato la bandiera dell’obiettivo. Che è tornare nella sua città. Entro stanotte.
La accompagna una ragazzina, pur'issa dall’età indefinibile. Dieci? Quattordici? A volte tieni il beneficio del dubbio, specie con gente che noti che ha vissuto con un’altra intensità le proprie conquiste. Potrebbero essere zia e nipote. O nonna e nipote. Potrebbero essere madre e figlia. Avuta in tarda età. Oppure una madre particolarmente trasandata. Dal pratico taglio quasi azzerato e la bocca in cui fanno capolino quattro o cinque denti al limite della sussistenza. Indossa pacchianissimi vestiti di mercato. Di quelli finto – chic. Che emanano un certo grottesco buongusto. Che vedi addosso quasi sempre a un certo tipo di persone. Non intendo “un’etnia” o “una categoria sociale”, dato che non esistono né le etnie né le categorie sociali. Intendo proprio un certo tipo di persone.
La nipote ha un faccione sorridente, un evidente sovrappeso da merende generose strabordante vitalità e la necessità di scambiare quattro chiacchiere.
Essendoci solo io, ovviamente la sua scelta cade su di me. Che avevo almeno altre cinque o sei intenzioni, secondo un'ipotetica lista, prima di scambiare quattro chiacchiere. Sceglie me che ho il solito aspetto né troppo rassicurante, con cui poter sparlare dell’ordine costituito, né troppo trasandato dall’evitare le mie caramelle.
Spiega le proprie ragioni e le stira pure con le mani, come a spianarne le sgualciture. Come se potessi fà qualcosa. Come potessi riempire nuovamente il portafoglio della donna dall'età indefinibile con la comprensione. Ad ogni modo, sgrano gli occhi ed annuisco alla sua raffica di concetti.
Mi offre un panino dei suoi. Rifiuto cordialmente, solo perché non ho appetito. Mi attende una cena di sashimi in gialla compagnia. E sto cercando di concentrarmi su questo per non sentirmi troppo coinvolto in vite altrui.
La nipote viaggia in maniera molto trasandata. Ciabattine da casa, maglietta con patacche tassonomicamente indefinibili e molta nonchalance di modi. Ma ti rendi conto che pure lei jè fémmena nel tirarsi ciocche di capelli dietro le orecchie.
Ad ogni modo, mi sento tantissimo a mio agio. Emanano, lei e la donna dall'età indefinibile, un ottimo effluvio di sudori estivi. Io, che vesto moderatamente curato e moderatamente trasandato, contribuisco all’effluvio sudoriparo che inonda il corridoio. Un monsone che trasporta altrove.
E' il puzzo di viaggio. Che non se lo leva di torno nessuno.
Non c’è verso.
È il puzzo del viaggio la livella.
mercoledì 7 gennaio 2009
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