Una confessione di madre che suona novità stantia seppur estorta, a furia di bere, di fronte a così tante persone che non può non crearti difficoltà.
Lo stomaco vacilla al suono della frase, un po’ davvero mia, pronunciata alcune volte, però sempre con fermezza distillata, perché è DAVVERO così e mai più giusta verità fu espressa.
Trentacinque anni dopo, pronuncio le stesse frasi a persone a cui tengo tantissimo, del tutto Inconsapevolmente, Istintivamente, Veramente.
Seppur dopo quattro liquori, mi ha un attimo fatto pensare. Di come i sentimenti risultino a prova di generazioni, seppur non ci sia chi li scriva in calce.
Così, noi si consuma i ventotto luglio sotto terrazze di tegoli portoghesi.
Non c’è senso a rispondere se non ti chiedono un’opinione, come non c’è senso nello scrivere se ti trovi nella condizione di scrivere per trascorrere mezz’ora ma, tutte le volte in cui ti trovi a voler scrivere mezz’ora, non hai granché da dire.
“Tuo padre era un sognatore, aveva un sacco di idee, peccato non ci sia mai stato tempo di concretizzarle, per il lavoro, per tuo nonno o qualche altro problema…”
Lo guardi, lo hai visto farsi impennare la pressione per cose inutili, lo hai visto piangere per cose immense, più delle sue spalle da Atlante. Ti ha fatto capire, come sempre a gesti, che piangere è roba da uomini veri. Ti abbandoni nel vortice di età senza punti di riferimento.
Due passi verso il pollaio, a digerire, ti affianchi all’anima che ti ha, a suo modo amorevolmente, schiaffato sulla Terra. Gli passi le braccia sulle spalle, rendendoti scioccamente conto che, nonostante i suoi trentacinque chili di ossa supplementari, da un po’ sei tu a guardarlo dall’alto in basso. Intuisci il numero esatto dei peli bianchi del suo pizzo, dopo aver trascorso svariati anni a contarli, perdendo sistematicamente il conto. E scopri che, in fondo, non morde.
Perché li conosci quei ventinove anni che vi separano.
Tra un po’, sono pure tuoi. Gratuitamente.
